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Vescina (Confcommercio): “Per le piccole imprese credito più che dimezzato al Sud”

di Redazione News Italiane
20/05/2026
in Finanza
Vescina (Confcommercio): “Per le piccole imprese credito più che dimezzato al Sud”

ll credito alle piccole imprese del Mezzogiorno resta il grande nodo irrisolto del sistema bancario italiano. Tra fusioni, algoritmi e desertificazione degli sportelli, l’asse del credito si è spostato sempre più verso il Centro-Nord, lasciando scoperto un tessuto produttivo fatto soprattutto di microimprese. Per Salvatore Vescina, responsabile credito e incentivi di Confcommercio, il problema non è soltanto l’assenza di una grande banca del Sud, ma un modello che ha progressivamente abbandonato il “credito di relazione” a favore di criteri standardizzati che penalizzano le realtà più piccole. “Alle imprese con meno di 20 addetti i prestiti sono crollati del 45% rispetto al 2011”, avverte Vescina all’AdnKronos.

Le banche italiane sono radicate in larga parte nel Nord, ad eccezione di Mps. Quanto pesa l’assenza di una grande banca che abbia nel Centro-Sud il suo asse?

“In effetti, è dalla seconda metà degli anni ‘90 che in Italia assistiamo a un processo di forte consolidamento del sistema bancario che, già dopo pochi anni, aveva spostato in modo ancor più netto l’asse verso il Centro-Nord del Paese. In parallelo, il settore ha registrato un cambiamento del modello di business indotto anche da fattori come l’Ict e la normativa tesa ad assicurare la solidità delle banche. Severe regole di vigilanza hanno inciso sulla propensione al rischio degli intermediari. L’home banking, poi, ha ridotto il bisogno di una rete capillare di sportelli. Nella concessione dei prestiti, invece, vi è stato un passaggio dal credito di relazione a quello algoritmico, basato su rating che attingono a database. Questi ultimi detengono molte informazioni sulle società più strutturate e assai meno sulle imprese di minori dimensioni: in Italia il 95% delle attività ha meno di 9 addetti e una dimensione media di 1,7 persone.”

Qual è lo spread che rischia di scontare il Meridione da questo punto di vista?

“La morfologia imprenditoriale del Sud è caratterizzata da imprese più piccole e più orientate al terziario rispetto a quella del Nord e, nel confronto, soffre di fattori di contesto che influiscono negativamente sulla redditività delle imprese – come il tasso di infrastrutturazione, l’efficienza della Pa, ecc. – e, addirittura, sul recupero dei crediti delle banche: i tempi delle procedure giudiziarie sono, infatti, più lunghi. In effetti, da sempre il grado di accesso al credito delle imprese meridionali è sensibilmente più basso di quello delle imprese del Centro-Nord. A mio avviso, l’indicatore che meglio misura il fenomeno è il rapporto tra impieghi bancari alle imprese e il Pil dell’area considerata. Nel Mezzogiorno, questo indice è da sempre intorno al 50% di quello registrato nel Nord del Paese. Le banche di maggiori dimensioni finanziano le persone (soprattutto per i mutui immobiliari) ed anche le imprese che hanno una probabilità di insolvenza molto bassa. Lo fanno al Sud con gli stessi criteri che applicano nella parte più sviluppata del Paese, essenzialmente affidandosi agli algoritmi. Altre banche, invece, hanno un approccio ibrido, che va oltre gli algoritmi per recuperare la dimensione relazionale. Questo comporta una diversa struttura dei costi ma giova alla propensione a finanziare le imprese di minore dimensione, anche al Sud. In prima fila, su questo fronte ci sono le Bcc che, difatti, hanno conservato una rete piuttosto diffusa di sportelli”.

Concretamente cosa significa avere una banca vicina ai territori?

“Da sempre, il segmento delle imprese che presenta il più basso tasso di insolvenza è costituito dalle imprese fino a 5 addetti e prive di bilancio le quali cumulano prestiti entro la soglia di 125.000 euro. Ma questo è anche il segmento che soffre della maggiore restrizione del credito – e qui ci sono le imprese del terziario di mercato che Confcommercio rappresenta – perché valutare queste imprese richiede una relazione stretta e molto tempo. In breve: è costoso. Ci sono banche medie e piccole che non rinunciano a questa relazione, sono le banche del territorio. Ho già detto delle BCC. Un tempo erano altrettanto numerose e capillari le banche popolari. Poi, con la riforma varata nel 2015, è stata modificata la loro governance (che in effetti, in alcuni casi, aveva portato a gravi crisi) rendendole contendibili; questo ha fatto sì che venissero quasi tutte assorbite dai grandi gruppi”.

Mps potrebbe essere la futura banca del mezzogiorno?

“Non mi sembra lo scenario più probabile. A mio avviso va benissimo che ci siano grandi banche nazionali, anche in grado di diventare internazionali e proiettarsi all’estero, anzitutto nel mercato unico europeo. Ma, al contempo, mi pare evidente che questo modello non sia sufficiente per rispondere a tutti i bisogni della nostra economia reale, ancor di più al Sud. Un dato chiave: il credito erogato oggi alle imprese con meno di 20 addetti è calato del 45% rispetto ai valori del 2011. Se consideriamo anche l’effetto dell’inflazione, dobbiamo prendere atto che i prestiti in questione si sono più che dimezzati. Come Confcommercio riteniamo che occorra avviare un tavolo interistituzionale per rispondere a questo grande problema con un piano d’azione organico, teso anche a promuovere una maggiore biodiversità del sistema bancario”. (di Andrea Persili)

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