Quando l’annuncio del Nobel l’ha raggiunta in Islanda, Anne Carson stava ascoltando il vento. Difficile immaginare una scena più in linea con la 76enne poetessa canadese che ha fatto del silenzio, dell’assenza e delle parole mancanti una forma d’arte. Anne, intervistata da Jenny Rydén dell’organizzazione che attribuisce i premi, ha rivelato che col marito Robert Currie sta pensando di dar via i 12 milioni di corone del premio: “Ho un amico che ha bisogno una casa, diamo sempre molto a Medici Senza Frontiere, cose così”, ha detto la scrittrice che, una volta riattaccato il telefono, ha celebrato con una passeggiata nei boschi: “Li nessuno ci può chiamare, potremo ascoltare il silenzio”. Per Carson è stata, a quanto pare, una giornata come le altre: “Ero in cucina a mangiare crackers, sorseggiare il tè e leggere la London Review of Books. Mi sono accorta che bisognava spazzare il pavimento e l’ho fatto. È cominciato a squillare il telefono, così l’ho spento, lo faccio sempre quando suona”, come del resto ha constatato Declan Spring, il suo editor a New Directions, che aveva chiamato subito per congratularsi: “È molto timida”. Anne Carson, che una volta ha paragonato la poesia a “un uomo in fiamme che attraversa una casa di corsa”, non ama chiaramente parlare di sé. Da qualche anno combatte contro il Parkinson, i cui tremori le hanno rubato la calligrafia e che lei affronta con i guantoni da boxe come ha rivelato in un saggio per la London Review of Books scritto a mano combattendo i sintomi della malattia. La poetessa diffida delle interviste: come disse nel 2003 alla rivista Canadian Literature ritiene che siano, “in fondo, una forma sbagliata” in cui lei “finisce per mentire” per la pressione di dire qualcosa di intelligente mentre nella conversazione normale la saggezza non arriva a comando. Scrivere le serve a capire cosa pensa su qualcosa, spiegò nel 2004 alla Paris Review offrendo una chiave per comprendere il suo metodo di lavoro. L’amore per i classici emerge nelle raccomandazioni date anche nel giorno del Nobel (“Omero, sempre Omero”), così come quello per l’Islanda, dove vive parte dell’anno e di cui con il marito ha preso la cittadinanza: con i paesaggi spogli è diversa dall’America, troppo ricca di vegetazione. Lo spazio vuoto e ciò che manca sono centrali nella sua poesia, ad esempio nelle traduzioni di Saffo e in Nox, dedicato nel 2010 al fratello morto. Più di recente c’è anche il Parkison a fare intrusione, e la “porta nera” che, sempre più di frequente da quando ha compiuto 70 anni, le appare davanti come prospettiva della vita che resta. Raccontando alla Lrb il peso della malattia, Anne rivela di esser rimasta “mortificata” dalla crescente incapacità di scrivere a mano: “Un tempo mi dava piacere, riempivo di quaderni gli scaffali giorno dopo giorno. Ora le aste delle lettere si piegano, si spezzano o prendono direzioni imprevedibili, le vocali si riducono a macchie informi, la scrittura perde l’inclinazione elegante e sicura. Per la vergogna, finisco per cancellare interi paragrafi”. Una brutta calligrafia non è “solo sgradevole a vedersi, è anche qualcosa di estraneo, di non autentico. Nel senso che non sei più tu”, prosegue, peraltro senza arrendersi. Per contrastare il Parkinson Anne frequenta tre volte alla settimana un corso di boxe insieme ad altri malati: la fatica a concentrarsi sulla combinazione di pugni e il cervello che cerca di ricostruire i movimenti sono la sua rivalsa per opporsi al deterioramento.
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