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Incontro Trump-Xi, a Pechino è pareggio su dazi, Hormuz e chip

di Redazione News Italiane
15/05/2026
in Finanza
Incontro Trump-Xi, a Pechino è pareggio su dazi, Hormuz e chip

È una partita a scacchi quella giocata nelle scorse ore dal presidente statunitense Donald Trump con il suo omonimo cinese Xi Jinping. I pezzi sono già disposti: Taiwan, dazi, la riapertura dello Stretto di Hormuz, terre rare e semiconduttori. La partita si è risolta in un pareggio, nonostante il leader della Repubblica Popolare Cinese si fosse presentato al match da una posizione di forza, complice anche un export in crescita. Trump cercava rassicurazioni economiche, più che un ritorno a livello di politica internazionale. La strategia statunitense è cambiata. Il tycoon si è presentato a Pechino con in coda 17 tra i più influenti ceo. Dopo il bastone del Liberation Day, si passa alla carota per mediare una risoluzione. I problemi più pressanti sono due: l’inflazione e la riapertura dello Stretto di Hormuz.

“Soluzione alla crisi? Ci vorranno mesi”

L’impatto sull’inflazione è stato inatteso, come Trump non si aspettava una reazione iraniana: “Sta cercando una strategia per cercare di controllare l’effetto inflazionistico di quelle che sono state le sue azioni a livello di politica internazionale” dice all’Adnkronos Gianluca Ungari, responsabile degli investimenti per l’Italia di Vontobel. Una Cina più morbida nei confronti degli Usa potrebbe aiutare a trovare una soluzione per la crisi nel Golfo Persico, si tratta di un interlocutore che porta al tavolo dei negoziati un maggior peso sull’Iran. Ungari non vede una soluzione della crisi nel breve perdio, anzi “ci vorranno mesi perché la situazione si risolva dal punto di vista pratico e il prezzo del petrolio scenda in maniera significativa, almeno un paio di mesi”. I dati dell’inflazione statunitense pubblicati negli scorsi giorni (+3,8% ad aprile) sono i primi segnali che la crisi petrolifera sta entrando nelle catene produttive, scaricandosi effettivamente sull’inflazione. “Se Trump vuole intervenire deve farlo ora – evidenzia l’esperto -. Il mercato continua a valutare sia sulla parte obbligazionaria, che è quella più sensibile, ma anche sulla parte azionaria, uno shock di breve termine. Non come un elemento strutturale paragonabile al 2022”.
Terre rare e Taiwan, gli strumenti del Dragone

Così come l’Iran ha utilizzato il petrolio come strumento di negoziazione, così ha fatto la Cina su terre rare e Taiwan. Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc) è la più grande azienda al mondo produttrice di semiconduttori. “Se smettesse di produrre avremmo un blocco molto peggiore di quello dello Stretto di Hormuz. Si bloccherebbe tutta l’industria dell’intelligenza artificiale”. Un settore, quello dell’AI, che sta trainando Wall Street. La crescita degli utili delle società high tech che ha raggiunto +40% nel primo trimestre dell’anno, rincuorando i mercati. Il dubbio è se un capex di 800 miliardi di dollari quest’anno e che sempre più si avvicina ai 1000 miliardi in data center e altre infrastrutture, mentre le principali società, come OpenAi e Anthropic, hanno cash flow negativi, sia sostenibile. “Ricordiamoci – sottolinea Ungari – che anche quando le tariffe erano arrivate al 140%, la risposta cinese non è mai stata particolarmente aggressiva. Vedrei difficile che a un certo punto utilizzassero le terre rare per ottenere qualcosa. Potrebbero utilizzarlo come strumento di difesa, più che d’attacco”.

Senza dimenticare che sulla testa del presidente statunitense pende la Spada di Damocle delle midterm, il prossimo novembre. Mancano meno di sei mesi e il gradimento di Donald Trump, secondo le ultime rilevazioni, è ai minimi storici con un rateo di approvazione al 36%. Le crepe iniziano a intravedersi anche tra i repubblicani: nonostante l’85% sia ancora schierato a suo favore, la quota dei suoi più incrollabili sostenitori è passata dal 53% al 45%, complici l’aumento spropositato dei prezzi dei carburanti dato dalla chiusura di Hormuz e dalla gestione della crisi. Tra gli indipendenti, il consenso è crollato al 25%. ”La situazione politica interna è complessa e il suo support rate è uno dei più bassi. Trump ha bisogno di portare a casa una vittoria – incalza l’analista -. Ha detto che avrebbe ridotto l’inflazione e deve dimostrare di aver fatto qualcosa”. Un piccolo tassello per completare il puzzle delle midterm. A suo favore potrebbe giocare la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Il Senato degli Stati Uniti lo ha confermato mercoledì come nuova guida della Fed, una figura “più propensa al taglio dei tassi di interesse”. In pratica “si troverà a gestire una situazione molto particolare”. Warsh rappresenta un cambio significativo rispetto a Jerome Powell: “I tassi iniziano a salire, e siamo già a livelli molto alti. Mi chiedo se si possa permettere di lasciarli in salita senza intervenire”.

Donald Trump torna dalla Cina con una patta. Se la “carota” offerta a Xi Jinping non si tradurrà rapidamente in una riapertura di Hormuz e in una tregua sui semiconduttori, il tycoon rischia di presentarsi alle elezioni di novembre con l’economia sul chi va là e un consenso ai minimi termini. Al presidente statunitense non servono più dichiarazioni bombastiche, ma risultati tangibili. (di Marco Cherubini)

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