Prove di disgelo a Roma tra l’amministrazione americana e il governo Meloni, dopo i pesanti attacchi di Donald Trump alla premier italiana. Ma, al di là dei toni cordiali e del rinnovato impegno a collaborare, nessuno sembra aver fatto un passo indietro, nonostante il desiderio di girare pagina. “Ottimo incontro con la premier italiana Meloni a Roma per rafforzare la duratura partnership strategica Usa-Italia”, ha commentato Rubio su X, postando una foto dell’amichevole saluto tra i due a Palazzo Chigi. Ma i rispettivi ‘readout’ dell’incontro sono scarni e vaghi. Con il capo della diplomazia americana che “ha sottolineato l’impegno degli Stati Uniti a una stretta collaborazione sulle priorità condivise”, dopo aver discusso “le sfide alla sicurezza regionale, tra cui quelle relative al Medio Oriente e all’Ucraina, e l’importanza della continua collaborazione transatlantica per affrontare le minacce globali”.
Nella nota di Palazzo Chigi si parla di un “ampio e costruttivo confronto” nel quale sono state affrontate “numerose questioni, dai rapporti bilaterali tra Italia e Stati Uniti fino alle principali questioni internazionali, tra cui la crisi in Medio Oriente, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, la stabilizzazione della Libia e il processo di pace in Libano e in Ucraina”.
“Un dialogo franco, tra alleati che difendono i propri interessi nazionali ma che sanno entrambi quanto sia preziosa l’unità dell’Occidente”, conclude la nota. Una sottolineatura ripetuta poco dopo a parti invertite dalla stessa Meloni a margine di una iniziativa di Confagricoltura, dove ha evidenziato che Italia e Stati Uniti comprendono “quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi allo stesso modo comprendono quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali: quindi l’Italia difende i propri interessi nazionali esattamente come fanno gli Stati Uniti ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo”. Un modo per dire che, quando gli interessi divergono, non ci si allinea silenziosamente. Evidentemente un’ora e mezza di colloquio non è bastata a sciogliere tutti i nodi sul tappeto. A partire dall’Iran, dove Rubio è andato in pressing lamentandosi del mancato aiuto degli alleati, compreso il blocco dello Stretto di Hormuz, sul quale “bisogna essere pronti a qualcosa di più che parole forti”.
Ma la linea del governo italiano per ora non cambia. Resta inoltre l’incognita della minaccia fatta da Trump di ritirare le truppe Usa dai Paesi Nato che non hanno appoggiato le azioni militari americane in Iran, tra cui l’Italia, la Germania. E la Spagna – ha sottolineato – che “ci ha negato l’uso delle basi per una contingenza molto importante”. Rubio ha assicurato che non ne ha parlato con Meloni e, pur ribadendo di essere sempre stato un forte sostenitore della Nato, ha avvisato che la decisione spetta al presidente.
“Le nostre risorse non sono illimitate” e “vanno allocate nel mondo in base a ciò che serve all’interesse nazionale”, ha chiosato. Non va meglio su Ucraina e Libano. “Restiamo pronti a svolgere il ruolo di mediatori su Kiev se può essere utile ma non vogliamo sprecare tempo, energie e sforzi in qualcosa che non avanza”, ha detto Rubio. Quanto a Beirut, il segretario di Stato pensa che l’Italia possa svolgere “un ruolo molto produttivo e costruttivo nel fornire risorse al governo libanese” ma non fa sconti a Hezbollah, dando in qualche modo disco verde ai controversi attacchi israeliani nel sud del Paese, dove c’è la missione Unifil, di cui fa parte l’Italia. Toni forse più rasserenati nell’incontro fra Rubio e il ministro degli Esteri Antonio Tajani che ha sorpreso il suo omologo regalandogli un albero genealogico che ricostruisce il ramo italiano della sua famiglia, con radici in Piemonte.
Il capo della diplomazia italiana ha parlato di un “incontro positivo” di oltre un’ora, ribadendo che Roma è contraria alle guerre commerciali e ricordando che se l’Europa e l’Italia hanno bisogno dell’America, “anche gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa e dell’Italia”. Rubio dal canto suo ha sottolineato “la necessità che le nazioni occidentali proteggano i propri interessi economici”, un monito implicito a mobilitarsi per lo Stretto di Hormuz. Rubio sembra non arretrare neppure sulle polemiche col Papa, rivendicando il diritto di Trump di parlare “sempre con franchezza di ciò che pensa degli Stati Uniti e della politica statunitense”, convinto che si possa mantenere “un rapporto molto produttivo, fruttuoso e importante con la Chiesa”. Tanto da non escludere una telefonata tra i due: “Forse. Non lo so. Potrebbe succedere”.
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